Giuseppina Utano, una bimba di 3 anni appena, fu uccisa a Reggio Calabria nel corso di un agguato a suo padre Sebastiano il 12 dicembre del 1975. Colpita alla testa dai pallettoni indirizzati al padre, guardaspalle del boss di San Giovanni di Sambatello. Nell’agguato rimase gravemente ferita anche la madre della piccola, in avanzato stato di gravidanza. L’intera famiglia era in auto quando fu investita dai colpi esplosi probabilmente da più di un killer.
Originaria di Saponara (Me), Graziella Campagna scomparve a Villafranca Tirrena, dopo essere uscita dal lavoro, la sera del 12 dicembre 1985. Il suo cadavere, barbaramente sfigurato da cinque colpi di fucile a canna mozza, sarebbe stato ritrovato due giorni dopo a Forte Campone, sui monti Peloritani, al confine tra Villafranca e Messina. Dopo anni di indagini depistate, processi aggiustati e disinteresse da parte dei grandi organi di informazione, l’11 dicembre del 2004 (a diciannove anni dall’accaduto), la Corte di Assise di Messina ha finalmente emesso una sentenza contro i due esecutori dell’assassinio, Gerlando Alberti jr e Giovanni Sutera (condannati all’ergastolo), e contro Agata Cannistrà e Franca Federico, rispettivamente collega e titolare della lavanderia presso cui Graziella lavorava (condannate a due anni per favoreggiamento).
All’epoca dell’omicidio la lavanderia “La Regina” in cui lavorava Graziella era frequentata da due palermitani presentatisi come l’ingegner Toni Cannata e il geometra Gianni Lombardo. In realtà si trattava, appunto, di Gerlando Alberti junior (nipote di Gerlando Alberti senior, detto “’u paccarè”, braccio destro di Pippo Calò) e Giovanni Sutera, due latitanti ricercati per associazione mafiosa e narcotraffico internazionale, da tre anni nascosti nei pressi di Villafranca. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Graziella è stata uccisa perché, il 9 dicembre, aveva trovato in una camicia, lasciata in tintoria a lavare, un documento dal quale si capiva che l’ingegner Cannata aveva un’altra identità. Di quel documento, strappatole dalle mani dalla collega Agata Cannistrà, a cui la ragazza lo aveva fatto vedere, non si è più avuta traccia.
Michele Cavaliere, piccolo imprenditore nel ramo caseario, fu ucciso la mattina del 19 novembre del 1996 a Gragnano (NA). “Colpevole” di non essersi piegato al volere della camorra, pagando il pizzo. Cavaliere fu colpito da un killer in motocicletta alle 4.10 del mattino, mentre usciva dalla sua abitazione per recarsi di buon’ora presso il suo caseificio, come faceva tutti i giorni. Soccorso e trasportato in ospedale, morì il 12 dicembre successivo, senza mai essere uscito dal coma.
Palmina Scamardella aveva 35 anni, era madre di una bimba di 15 mesi e nipote della vittima designata, Domenico Di Fusco “Mimi’ uocchie ‘ e brillante”. Venne assassinata a Napoli per caso in un agguato di camorra. Era il 12 dicembre del 1994.
Alfonso Cànzio era un sindacalista. Nacque il 30 luglio 1872 a Barrafranca (EN). Nel secondo decennio del ‘900, fondò la locale Lega di Miglioramento dei Contadini e venne eletto consigliere comunale.
Nel 1911 era a capo della lotta contro l’Amministrazione comunale guidata da Luigi Bonfirraro che aveva imposto tra l’altro, l’obbligo di servirsi delle carrozze comunali per il trasporto dei defunti e ne aveva aumentato i costi di servizio. Nel primo dopoguerra guidò le lotte contadine riuscendo a imporre contratti favorevoli ai lavoratori della terra. Ma la reazione degli agrari e della mafia locale non si fece attendere. In un vile agguato davanti alla sua abitazione, fu ferito gravemente con pallettoni unti d’aglio. Una settimana dopo l’attentato, la sopraggiunta cancrena lo condusse alla morte il 13 dicembre 1919.
Natale De Grazia nacque a Catona di Reggio Calabria il 19 dicembre 1956. Conseguì il titolo professionale di Capitano di lungo corso nel 1981, dopo aver effettuato quattro anni di navigazione in acque nazionali e internazionali in qualità di 2° e 1° ufficiale di coperta su navi mercantili e petroliere. Nell’anno 1982/83 superò il concorso pubblico per ufficiali nella marina militare, corpo capitanerie di porto ruoli normali, raggiungendo di anno in anno condizioni di avanzamento di carriera da guardia marina fino ad arrivare a capitano di corvetta. Concluso l’anno di studio – formazione all’accademia navale di Livorno, venne imbarcato sulla nave militare Sagittario, in missione in Libano nel dicembre 1983. Prestò successivamente servizio presso la Capitaneria di Porto di Vibo Valentia Marina e dopo due anni venne trasferito al Compartimento Marittimo di Reggio Calabria, dove rimase per sei anni. Nel 1991 venne disposto il suo trasferimento a Carloforte (Cagliari) per assumere il comando del Circomare per circa due anni. Poi un nuovo trasferimento al Compartimento di Reggio Calabria, dove assunse diversi incarichi. A partire dal 1994, collaborò attivamente col pool investigativo della procura di Reggio Calabria relativamente al traffico di rifiuti tossici e/o radioattivi su espressa richiesta del procuratore capo dott. Francesco Scuderi, il quale ritenne preziosa ed essenziale la collaborazione del De Grazia con il sostituto procuratore Francesco Neri, titolare delle indagini. Il comandante De Grazia morì improvvisamente il 13 dicembre 1995 a Nocera Inferiore (SA), mentre si trasferiva da Reggio Calabria a La Spezia nell’ambito delle indagini che stava seguendo. La morte sopraggiunse dopo il consumo di un pasto in una stazione di servizio sull’autostrada Salerno – Reggio Calabria. Il certificato di morte riporta quali cause del decesso le troppo generiche motivazioni: arresto cardio – circolatorio. Il suo corpo fu sottoposto ad autopsia solo dopo una settimana dal decesso e presso l’ospedale di Reggio Calabria, anziché Nocera Inferiore dove era deceduto. Agli esami autoptici non è stato concesso di assistere al consulente medico della famiglia che chiese di ripetere gli esami. La seconda autopsia fu assegnata allo stesso perito che condusse la prima e i risultati di questi ulteriori esami, che confermarono ovviamente i dati della prima, furono trasmessi alla famiglia dopo circa dieci anni.
Il risultato del lavoro investigativo condotto dal capitano De Grazia è contenuto nei fascicoli dell’inchiesta giudiziaria sull’affondamento della nave Rigel e altri “navi a perdere” presso la procura di Reggio Calabria archiviata nell’anno 2000. In molti hanno messo in relazione il suo misterioso decesso con i risultati del suo lavoro investigativo, sospettando anche che il capitano De Grazie possa essere rimasto vittima di un avvelenamento.
Il 15 dicembre del 1983 nel Rione Siberia, un quartiere popoloso non lontano dal carcere di Poggioreale, Luigi Cangiano, un bambino di dieci anni, rimase ucciso da un proiettile vagante.
Stava giocando con un gruppetto di amici, quando la polizia e una banda di spacciatori si fronteggiano in un conflitto a fuoco.
Tre agenti della sezione narcotici della squadra mobile della questura, in abiti civili, bloccarono due persone, trovate in possesso di un quantitativo di droga e di una pistola. Mentre gli agenti procedevano alla loro identificazione, da un pianerottolo al piano ammezzato di un isolato adiacente, alcuni sconosciuti aprirono il fuoco. Gli agenti risposero con le pistole di ordinanza. Alla fine dell’intensa sparatoria venne trovato sul terreno il corpo di Luigi, capitato sulla linea di fuoco e rimasto accidentalmente colpito da una o più pallottole.
Soccorso e trasportato immediatamente nell’ospedale Nuovo Pellegrini, il piccolo morì dieci minuti dopo il ricovero.
15 Dicembre 1988, Palermo: viene assassinato Luigi Ranieri, imprenditore edile di 60 anni titolare dell’impresa Sageco. Per il delitto è stato condannato all’ergastolo Totò Riina.
Ranieri fu ucciso in un agguato davanti alla sua villa perché, hanno ricostruito i magistrati, “non voleva assoggettarsi al sistema degli appalti” controllato da Cosa Nostra. La resistenza di Ranieri alle pressioni mafiose è stata confermata da vari pentiti tra cui Salvatore Cancemi, Giovanni Battista Ferrante, Leonardo Messina e Balduccio Di Maggio. Cancemi ha riferito che Riina, contrariato per le scelte dell’imprenditore, sbottò: “Dobbiamo rompergli le corna”.
Filomena Morlando nacque a Giugliano in Campania (NA) il 19 aprile del 1955 e qui venne uccisa per errore il 17 dicembre del 1980. Si trovava nella piazzetta antistante la chiesa parrocchiale di Sant’Anna e stava passeggiando quando si trovò in mezzo a una sparatoria che aveva per obiettivo Francesco Bidognetti. Il boss utilizzò Mena come scudo umano.
Giuseppe Borsellino era un imprenditore. Nacque da una famiglia di origine riberesi, poi trasferitasi stabilmente a Lucca Sicula (AG). Cominciò a lavorare presto. Si sposò a 18 anni con Calogera Pagano, sua coetanea, con cui ebbe tre figli: Antonella, Paolo e Pasquale. Dopo vari lavori, si dedicò alla sua definitiva attività di imprenditore-operaio di una piccola impresa di calcestruzzo che diresse assieme al figlio Paolo. Rifiutò qualsiasi tipo di compromesso o sottomissione al potere e agli interessi mafiosi e perciò venne ucciso il 17 dicembre 1992, dopo aver rivelato alla magistratura i nomi dei mandanti e degli esecutori dell’omicidio del figlio Paolo (ucciso il 21 aprile 1992). Le sue dichiarazioni permisero agli inquirenti di ricostruire gli intrecci tra mafia, affari e politica dell’hinterland lucchese di quel periodo.
