Grazie papà. Il ricordo del figlio di Nino Polifroni

E sono venti.
Pensandoci bene ed escludendo quando gli eventi agiscono contro natura, è logico che prima o poi un figlio raggiunga il padre sotto molti aspetti. Uno di questi è l’età.
In quest’anno siamo coetanei. Lui si è fermato per aspettarmi, io da venti corro per raggiungerlo.
E ora che è successo posso meditare sulla sua storia da una diversa angolatura: prima d’ora, da figlio cercavo di immaginare il suo punto di vista, da persona ormai matura negli anni, e a come si potesse sentire quando era continuamente vessato dalla ‘ndrangheta.
Ora che siamo coetanei, ho riavuto poche settimane fa il coraggio di rispolverare documenti e registrazioni del 1992: volevo risentire e studiare le sue reazioni nei momenti più bui, quando era giornalmente minacciato insieme ai suoi figli e qualche delinquente tentava di estorcergli denaro.
Ho riascoltato le sue parole, il suo fiatone nel tentare di mantenere la calma, la tensione nel non sapere fare altro per combattere quel nemico invisibile.
Allora i mezzi erano altri e anche le Forze dell’Ordine non avevano gli strumenti che oggi hanno. Li avrebbero presi quei maledetti, ne sono certo.
Caro papà, hai avuto coraggio e determinazione, proprio come tutti quanti in questi venti anni hanno scritto. Non so come hai resistito, ma ricordo che a volte ti bastava una parola, un conforto di noi figli e tu proseguivi nella tua idea: “se vonnu sordi, u vannu u zzappanu”….
Certo, senza la tua tenacia, oggi, invece di essere tutti qui a ricordarti ci saremmo occupati solo di vivere una normale giornata di settembre. E spesso ci siamo arrabbiati con te, perché più volte siamo caduti nell’errore di pensare che avremmo preferito fosse così.
Ma mentre ti raggiungevo nell’età ho capito che nulla succede per caso e ogni storia ha il proprio significato da mostrare: grazie per averci insegnato a vivere e a farlo da persone libere.
Se tu non ti fossi sacrificato per noi, oggi saremmo ancora imprigionati e schiavi di quei delinquenti.
Grazie papà.

Bruno Polifroni


Chi era Nino Polifroni

nino-polifroniAntonino (Nino) Polifroni, imprenditore, fu ucciso per non essersi piegato alle richieste estorsive da parte della ‘ndrangheta. L’omicidio avvenne a Varapodio, in provincia di Reggio Calabria, il 30 settembre del 1996, dopo una lunga scia di atti vandalici e attentati intimidatori. L’uomo aveva fondato un’impresa edilizia e, al momento dell’omicidio, aveva 49 anni.

Per anni Nino aveva subito intimidazioni, minacce e anche un attentato il 30 novembre 1992. Ma ogni volta aveva denunciato chi lo ricattava, non aveva mai accettato alcun compromesso.